10/04/2006 I cinque anni che fanno diventare geni
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Uno studio sostiene che l'intelligenza dipende dall'età in cui si raggiunge un certo spessore della corteccia cerebrale.
Uno studio pubblicato su Nature indicherebbe che il vero «intellingentone» non è chi ha un cervello più grosso, ma chi in un preciso periodo della vita sviluppa uno spessore della corteccia cerebrale che anche gli altri raggiungono - e magari superano -, ma più tardi. Ricercatori dei National Institutes of Mental Health di Bethesda (Usa), insieme con colleghi canadesi dell’Università di Montreal, dopo aver studiato, tramite risonanza magnetica, 307 bambini, hanno infatti evidenziato che, ai test di valutazione del quoziente intellettivo, risultavano migliori i ragazzi nei quali, fra i 7 e gli 11 anni, si era verificato il maggior ispessimento della corteccia fronto-temporale, notoriamente sede delle facoltà intellettive. In altre parole, l’intelligenza non sarebbe legata a un fattore «statico» come il volume del cervello, ma a uno «dinamico», ovvero la maggiore formazione di neuroni in un periodo dello sviluppo in cui il bambino è come una spugna capace di assorbire ogni stimolo. Secondo questa ricerca, quindi, geni non si nasce. Ma si nascerebbe con la possibilità di diventarlo, grazie agli stimoli ambientali che qualcuno riuscirebbe a sfruttare meglio grazie al cervello che si sta sviluppanodo di più proprio in un’età «strategica». Secondo Vincenzo Guidetti, professore straordinario di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza all’Università La Sapienza di Roma, il punto debole di questo studio è l’estrema difficoltà del controllo degli stimoli con cui l’ambiente agisce sullo sviluppo di ogni cervello. «Senza nulla togliere all’importanza della ricerca, - osserva, infatti, Guidetti - come facciamo ad essere sicuri che i 307 bambini di questo studio abbiano tutti ricevuto gli stessi stimoli ambientali e che il loro cervello sia stato sottoposto alle medesime sollecitazioni?». «Forse sui topini di laboratorio è possibile creare condizioni ambientali uguali per tutti, per verificare se, a parità di stimoli, sia proprio il diverso spessore di una parte del cervello a formare topi più abili di altri» prosegue Guidetti. «Dubito, tuttavia, che nell’uomo ciò possa essere realizzato, anche per l’inevitabile imprinting sociale che caratterizza qualsiasi ambiente sperimentale deontologicamente accettabile in cui tenere un bambino: basterebbe un’infermiera maggiormente affettiva nei suoi confronti, per cambiare lo sviluppo del suo cervello. E anche se i bambini fossero studiati facendoli semplicemente restare a casa, gli stimoli dell’ambiente familiare sarebbero assolutamente diversi».
Cesare Peccarisi- Corriere della sera
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